venerdì 24 maggio 2013

I castighi di Dio: Giustizia e Misericordia



I Castighi di Dio: Giustizia e Misericordia

 

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Luca Giordano (1632, Napoli - 1705, Napoli) “Cristo scaccia i mercanti dal tempio”, metà anni 1670, Olio su tela, 198x261 cm, State Hermitage Museum, St. Petersburg

 

Il tema del Dio “giudice”, per quanto obnubilato dalle omelie nelle nostre parrocchie, sopraffatto dalla cultura del “volemose bene” ha sempre suscitato interesse nel corso di tutta la storia. E’ invero, una materia di difficile trattazione, resa ancora più ostica a noi moderni, intrisi fino al midollo della suddetta assuefazione al lassismo, continuamente rassicurati dal ricordo di una malintesa infinita misericordia, che prescinde dall’altro elemento cardine e “costituente” di Dio: la perfetta giustizia.

Parlarne oggi, significa inevitabilmente evocare suggestioni “medievali”, di flagellanti, di penitenze quasi incredibili, un rigore e di un “timore” inteso come paura e assoggettamento a una specie di forza superiore punitrice.

Un concetto scomodo per chi, figlio della ribellione sessantottina, ha rinnegato l’essenza stessa dell’autorità, figuriamoci che l’autorità per eccellenza, Dio, si “permetta” addirittura di chiedere conto del comportamento umano a livello individuale e collettivo.

Non essendo possibile in questa sede una disamina generale, dopo una necessaria premessa, si procederà analizzando una parte ancora piuttosto inesplorata della questione: quella che riguarda il rapporto tra la colpa individuale e il peccato cosiddetto “sociale” e in che misura e per quale scopo intervenga il castigo collettivo.

Non può essere sfuggito, neppure al più occasionale frequentatore di parrocchie come, da almeno un secolo e mezzo, si siano susseguite apparizioni mariane –approvate e presunte –aventi per messaggio pressoché unanime l’invito alla conversione volta a scongiurare un altrimenti inevitabile castigo.

Tutta la religione cattolica, si può ben dire, prende le mosse dal concetto di colpa-espiazione-restaurazione. Volersi burlare di questioni come il peccato originale e attuale significa né più né meno distruggere le fondamenta stesse del cristianesimo, essendo Cristo il “Redentore”. Se si elimina il peccato, da cosa ci avrebbe dovuto salvare Nostro Signore? Forse dalle malattie, dalla fame e dalla “disparità sociale”? Beh, con il dovuto rispetto questa risposta fa un torto o alla nostra intelligenza o alle capacità di Gesù. Dove sarebbe questo tipo di salvezza? Mai come oggi l’iniquità sociale dilaga: possibile che dopo più di 2000 anni il sacrificio del Figlio di Dio abbia prodotto questo risultato, se il fine fosse davvero questo?

Naturalmente la verità cattolica rivendica ben altre istanze, che un secolo così mondanizzato come il nostro non riesce, non dico ad accettare, ma neppure a intravedere.

Le piaghe che suscitano al contempo lo sdegno e la compassione divina non sono quelle visibili come le malattie, l’indigenza, neppure la morte fisica. Queste sono infatti solo la “punta dell’iceberg”, causate in modo diretto o indiretto proprio dal vero cuore del problema: il peccato.

Dio essendo Intelligenza somma, vede con una precisione inarrivabile le cause e le conseguenze devastanti anche del più piccolo peccato veniale. Come un’aquila che coglie il sassolino sulla montagna che col suo impercettibile spostamento causa una valanga inimmaginabile, o come il medico che con occhio esperto e strumentazione sofisticata individua il male alla radice e le sue propaggini.

Questa dilazione non deve illudere alcuno: Dio non si presta nel modo più assoluto ad “abbonare” alcunché, altrimenti risulterebbe profondamente ingiusto verso chi si è astenuto sempre dal male e avrebbe ragione lo zelo amaro del “figlio maggiore” della parabola del Padre Misericordioso. Se è vero, infatti, che Dio può disporre dei suoi beni come vuole, è altrettanto vero che non getta le perle ai porci. Prima di riabbracciare il figliol prodigo aspetta quell’embrionale moto di contrizione che attira l’immediato abbraccio paterno. Tanto basta, agli occhi di Dio, ma non è opzionale: il perdono si ottiene unicamente attraverso l’umiliazione e il riconoscersi peccatore. Se questo avviene, i più grandi miracoli e dispiegamenti di grazia sono possibili. Persino il buon ladrone, nell’ultimo istante di vita può rubare il cielo attraverso questo duplice sguardo alla propria miseria e alla divinità di Gesù.

Se il medico fosse stato più “pietoso” –ad esempio se Dio avesse risparmiato al ladrone la condanna e la morte –forse avremmo un santo in meno in paradiso e un delinquente in più all’inferno. Questo prova che Dio suole castigare chi ama e chi vuole salvare, per quanto dura questa verità sia da accettare. A nessun infermo piace il sapore della medicina, eppure come si giudicherebbe il dottore che non somministri, per questo, l’antidoto che conosce e possiede?

Abusare della misericordia divina servendosene per radicarsi maggiormente nel male attraversp (s)ragionamenti come: “tanto Dio perdona sempre, tanto l’inferno è vuoto” è più grave dei peccati stessi che si vogliono così scusare. Non a caso “presumere di salvarsi senza merito” è annoverato dal catechismo tra i peccati “contro lo Spirito Santo”, esattamente al pari dell’opposto, cioè disperare della salvezza. Sono entrambi gravissimi torti verso Dio: nel secondo caso lo si ritiene non “abbastanza buono” ma nel primo addirittura si usa della sua bontà per offenderlo più a cuor leggero ed è un peccato ignobile e vile che purtroppo oggi viene spacciato addirittura per alta teologia. Che cosa penseremmo se ci regalassero qualcosa di estremamente bello e prezioso e ci si servisse dello stesso regalo per fare del male al donatore?!

Il termine stesso, “castigo” viene dal latino “castum agere” cioè letteralmente “rendere mondo”, “purificare”. Basterebbe riflettere sull’etimologia per comprendere come lo scopo più comune e principale del castigo sia correggere un comportamento deviato e insegnare a non ricadervi. Un genitore insegna al bambino, ancora inconsapevole delle conseguenze di certe sue azioni “spericolate”, come astenersene anche attraverso i castighi, laddove i richiami e altri metodi hanno fallito. Lo stesso fa con noi il Padre celeste: il peccatore, sordo ad ammonimenti più “blandi” va talvolta rimesso in carreggiata solo tramite uno scossone.

Il problema si complica però a causa di due circostanze su cui si riflette, se possibile, ancora meno.

Il gesto in sé viene perdonato, tuttavia ogni peccato accumula un “debito” con la giustizia divina, essendo offesa infinita perché l’oggetto, Dio, è appunto infinito.

Al giorno d’oggi siamo abituati a ricevere in confessionale penitenze che definire blande è eufemistico: qualche pater ave gloria, nei casi più zelanti forse una corona di rosario. Senza entrare nel merito specifico (solo il confessore, per mezzo della virtù della prudenza sa cosa è meglio: probabilmente se aumentasse la penitenza, si potrebbe rischiare che molti non l’assolvano adeguatamente) si vuole però sottolineare come questo perdono “facile” possa, su diverse coscienze già deboli, ingenerare l’equivoco per cui il peccato, in fondo, è cosa di poco conto se si “rimedia” con così poco.

Per dissipare un simile, terribile inganno, basta rimirare il crocifisso. Ecco cosa provoca il peccato, ecco cosa è servito per lavarlo: il sangue divino fino all'ultima stilla.

E’ solo grazie a quel sacrificio di valore infinito che noi ce la “caviamo” con un pater ave gloria. Perché c’è chi ha pagato il prezzo pieno, anzi oltre ogni misura in nostra vece.

Approfittarsi di questo scudo è adempiere la volontà di chi lo ha versato: ogni cristiano, nel sacramento della penitenza, lo invoca e se ne riveste quale condizione per presentarsi senza tremare alla Comunione. Approfittarne però con malizia, per continuare a peccare tacitando rimorsi di coscienza è commettere un gravissimo sacrilegio.

 

Il secondo elemento, che è pressoché estraneo al cattolico della domenica (e ahimè, anche alle omelie domenicali…), ci ricorda di come il peccato abbia non solo una dimensione individuale, bensì anche sociale. L’uomo non pecca sempre da solo: uno scrittore che pubblichi un libro immorale oltre alla colpa personale, si addossa anche la responsabilità gravissima di aver usato il suo talento per diffondere nozioni o suggestioni negative e dunque si addossa una parte del debito di chi compierà peccati sotto l’influsso della cattiva lettura.

L’uomo che non sia un eremita vive a stretto contatto con una gran quantità di suoi simili e pertanto può essere connivente nel male o, al contrario, agevolare l’azione della grazia attraverso una parola buona, l’esempio ecc.

Questa dimensione è precisamente il motivo per cui, oltre al giudizio particolare che ogni anima deve affrontare al momento della morte, si avrà un giudizio universale alla fine del mondo. Due sono, infatti, le dimensioni del bene e del male: entrambe saranno punite o premiate a tempo debito.

Ora, dopo aver passato in rassegna questi fattori, proviamo a trarne le conclusioni logiche, applicandoli alla società presente.

Vediamo da vicino però come agisce Dio: manda una simile Madre per avvertire gli uomini prima del castigo minacciato, proprio per indicare come evitarlo (la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato, in questo caso) e per descrivere dettagliatamente cosa aspetta in caso contrario.

In pratica è come presentarsi a un esame con un professore che ci ha già suggerito in anticipo le domande e dettato le risposte! E questa sarebbe quella che viene dipinta come la mano implacabile della giustizia divina…?

Purtroppo gli auspici celesti non sono stati accolti dall’umanità neppure dopo che i fatti predetti con tanta precisione si sono verificati puntualmente, e se il castigo appare ancora sospeso dopo tanti decenni di corruzione silenziosa, c’è da tremare al pensiero di cosa può avvenire se un Dio tanto buono “esita” a chiedere di saldare il conto.

Tuttavia questo salutare timore si accompagna alla gioiosa certezza che tutto si compirà affinché trionfi finalmente, come promesso, il Cuore Immacolato. La tribolazione del castigo è assimilabile alle doglie del parto: sono funzionali alla nascita di un’umanità migliore.

Il castigo collettivo non è uno spauracchio “nostradamico”: la giustizia di Dio potremmo definirla come l’estrema manifestazione della sua misericordia. Quando nulla più vale a rendere il lume della ragione e della fede ad un’umanità resa cieca e sorda dalla sempre più fitta coltre dei propri peccati, la sola bordata capace di squarciare questo velo che impedisce il ricongiungimento a Dio è un castigo portentoso.

Perché Dio dovrebbe riserbarlo alla nostra generazione? Perché laddove la colpa sociale cresce in maniera così esponenziale, la responsabilità individuale, al contrario, cala.

Infatti le due componenti sono inversamente proporzionali e vorrei dimostrarlo con degli esempi concreti che avvalorano questa tesi.

Sappiamo che per parlare di peccato mortale si necessitano tre elementi: la materia grave, la piena avvertenza e il deliberato consenso.

Ora, per quanto Dio abbia senz’altro impresso nell’animo umano una legge naturale e una sorta di “istinto” per discernere il bene e il male, è innegabile che il contesto, gli insegnamenti ed esempi di famiglia e società incidono, d’ordinario, profondamente nell’esperienza e nella conoscenza delle cose.

In un contesto di società cristiana o di famiglia devota, è evidente che si ha una responsabilità individuale molto alta e dunque anche un peccato lieve merita un certo rigore perché “a chi è più dato più è richiesto”.

Nel nostro tempo molti sono nati in una situazione già gravemente compromessa dal punto di vista religioso: ricevono dalla famiglia un’immagine di amore a tempo “determinato” a causa del divorzio (che idea possono farsi, queste giovani anime, dell’amore infinito di Dio senza una grazia speciale e infusa?), le domande riguardanti la fede spesso restano senza risposta a causa dell’incuria di gran parte del clero che anzi a volte con la sua condotta esecrabile anziché dissipare le tenebre ed essere luce e sale del mondo, disonorano la loro altissima missione e aggravano ulteriormente la confusione. Tutto, intorno a noi concorre a perdere la fede.

Ecco allora che un atto di virtù un tempo “ordinaria” in simile tempesta assume dei contorni e quindi dei meriti, eroici. Allo stesso modo anche delle azioni nella sfera della “materia grave” possono recare attenuanti date da una non completa avvertenza.

Ecco allora che Dio per salvare una generazione così traviata al punto da non sapere più distinguere il bene dal male non ha altro mezzo che un castigo collettivo.

In quest’ottica rifulge la grande lungimiranza di Dio che infligge un male minore (una tribolazione nel tempo) per ottenere un bene maggiore (la salvezza per l’eternità).

Possano queste semplici righe fare chiarezza sulla tanto bestemmiata Giustizia, troppo, troppo spesso opposta alla Misericordia: la Giustizia di Dio, anche nel caso più rigoroso, non è mai paragonabile all’essere abbandonati all’ingiustizia degli uomini.

Questi errori sono stati condannati a più riprese da innumerevoli concili e pronunciamenti ufficiali pontifici, eppure ciclicamente tornano ad insidiare il calcagno delle nuove generazioni di cristiani, sommamente la nostra, che ha deposto la corazza degli insegnamenti e della tradizione che ci mettevano in guardia e ci istruivano contro queste piaghe.

Rivestiamoci di queste armature e vivremo al contempo nella consapevolezza di quanto meritiamo e nella consolazione di invocare Colei che trionferà nonostante qualsiasi dispiegamento di forze infernali e, ancora una volta schiaccerà il capo del nemico di Dio e dell’uomo.

 

 

 



mercoledì 22 maggio 2013

Le due città






Le due città

 




 

“…Due amori quindi hanno costruito due città: l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio ha costruito la città terrena, l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé la città celeste…” [1]

 

In principio c’era un solo spazio, quasi una coabitazione tra Dio e l’uomo. Pur avendo creato un luogo “fisico”, il paradiso terrestre, “conversava familiarmente con lui”, come si fa con un amico col quale si discorre e passeggia assieme. Col peccato originale, non a caso, assistiamo alla separazione anche dal luogo: la cacciata dall’Eden è solo l’aspetto materiale del già consumato allontanamento dell’uomo da Dio. L’intero creato allora fremette di orrore e “rigettò” lontano da sé chi commise quel gesto contro natura, quale solo la rivolta della creatura contro il Creatore rappresenta.Prima ancora, anche nella ribellione luciferina assistiamo allo stesso copione:  qui addirittura viene a formarsi un luogo ad hoc, separato da tutto il resto, tanto è radicale la negazione di Satana.

È nata la città fondata sull’amore disordinato e perverso di se fino al disprezzo di Dio: un disordine che preferisce regnare all’inferno piuttosto che servire nell’amore in Paradiso.

Nel mistero della Provvidenza divina però, già nella cacciata dal giardino, è promessa implicitamente la Gerusalemme Celeste dell’Apocalisse: allora non regnerà più l’ostilità e la divisione ma gli agnelli pascoleranno pacificamente con i leoni, in un’armonia universale restaurata.

La Chiesa, Gerusalemme terrena, è stata pensata come un’anticipazione e come porta d’accesso a quella eterna. Come fondare però, questa città di Dio, se i suoi abitanti erano così degenerati rispetto ai Progenitori perfetti e ricolmi di grazia? Il solo modo era quello di un Uomo e una Donna che facessero in modo perfettissimo, a ritroso, i passi di Adamo ed Eva. Ecco allora Gesù, Uomo-Dio che si sottomette ad una Donna: Eva sottomise Adamo per farlo cadere e peccare, per abbassarne la natura. Maria sottomise santamente Gesù, attirandolo dai Cieli fino al suo grembo purissimo con la preghiera e il desiderio del Salvatore. Lo ebbe sottomesso a sé per trent’anni, come un Figlio alla propria Madre, ma mentre in Eva la natura vinse sulla grazia, in Maria la grazia ebbe la meglio sulla natura.

Non è naturale, infatti, che una Madre veda morire il proprio Figlio, che debba arrivare a desiderarne la morte e a vedersi affidare quali figli, gli assassini dell’Unigenito. Si può dire che il martirio spirituale della Madre di Dio è quanto di più “innaturale” si possa immaginare, eppure la stessa, che amava infinitamente il proprio Figlio e il proprio Dio (quindi il proprio tutto), ha accettato una simile spada, pur di generare alla grazia i cristiani futuri, nelle doglie della croce. Come un nuovo Abramo, Ella accetta la voce di Dio Padre che le chiede la vita della propria Creatura. Questa spada che le dilania il cuore non è stornata dall’angelo, ma affonda implacabile persino oltre la morte. Adamo dopo la morte spirituale del peccato originale ne commise uno se possibile, ancora più grave: non cercò il perdono di Dio, non gli si gettò tra le braccia tese, che attendevano solo un cenno per riabbracciarlo. Il proprio peccato gli aveva annebbiato la vista, e quel Padre buono gli appariva solamente un giudice implacabile. Maria doveva riscattare quel gesto separandosi anche dalla spoglia mortale di Gesù. Perché per una madre che si vede morire il figlio, il solo estremo conforto che arriviamo ad immaginare è poterne stringere quanto resta, in una febbrile, disperata illusione di poterlo richiamare alla vita con le proprie lacrime. Colei che ha formato e modellato in sé quella carne, avverte, negli ultimi istanti, con forza questo mistero di unione e come descrivere a parole la vertigine di non poter morire col figlio né farlo rivivere con sé?

Un simile martirio è la prova suprema di amore eroico verso Dio, la vittoria della grazia, fino al disprezzo di sé, della propria natura carnale. Nessuna madre mortale potrebbe mai compiere un tale superamento, perché è letteralmente programmata per difendere a costo della propria vita, la prole.

Maria stritola sotto il piede non solo Satana, ma anche la natura decaduta della donna, la annienta al punto da renderla l’opposto, Lei scala benedetta per il Cielo. Lei è vera Nuova Eva, e come tale la pietà cristiana la rappresenta anche iconograficamente. Sotto il piede non viene disegnato un demonio o nessun altro simbolo che lo incarna, bensì un serpente, come il Tentatore, per sottolineare il suo trionfo come Madre secondo la Grazia su Eva, Madre secondo la Natura.

Non da meno –ovviamente –è l’identica azione restauratrice di Gesù. Si può ben dire che l’Altissimo si abbassò al nascondimento di una grotta, di un’umile casetta, per poi non aver dove posare il capo, Lui per mezzo del quale tutte le cose furono fatte, posare quel capo infine sul legno della croce e languire fino alla fine dei tempi in oscuri tabernacoli e nelle mani e nei cuori di tanti cristiani indegni. Come vinse la propria natura di Figlio che quasi istintivamente sogna di rendere orgogliosa e onorare la propria madre (e una tal Madre!), invece la consegnò alla contemplazione impotente del proprio supplizio. Grazie a Gesù e Maria è riaperta la porta di quella città celeste, purché siamo disposti ad imitare il loro sacrificio della natura –in noi corrotta –a favore della nuova veste della grazia. Solo chi indossa quest’abito infatti è ammesso e riconosciuto come legittimo cittadino della città di Dio. Una rinuncia del genere costa fatica, ripugna, così come è sgradevole cambiare abito e restare nudi al freddo appena prima di metterne un altro. Eppure l’esperienza dei santi[2] ci mostra come questo attimo di coraggio procuri una felicità misteriosa, che non dipende dagli eventi circostanti (e dunque caduca) e che il mondo non conosce né comprende: la letizia cristiana. Non si possono, difatti slegare questi due passi evangelici che sono complementari per comprendere quanto il “disprezzo” di sé comporti in ultima istanza: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.”[3]

La richiesta sembra molto esigente, eppure per chi vi aderisce è assicurato: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero.”[4]

L’uomo moderno, scosso il giogo dolce del cristianesimo, si è incatenato da sé credendosi libero. Anche in mezzo al potere, al denaro e a qualsiasi forma di gratificazione edonistica, non può sfuggire all’inquietudine, allo sconforto di non avere in sé la consolazione che animava invece i perseguitati a causa della fede in mezzo a privazioni e torture altrimenti impossibili da sopportare.

Questo vale a livello personale come sociale. Le epoche che hanno sacrificato qualcosa a livello individuale, sono quelle che hanno prodotto maggior bellezza e gloria durature. Le magnifiche chiese barocche o le maestose cattedrali gotiche sono il frutto di un collettivo sforzo. Spesso ci si toglieva il necessario pur di racimolare l’occorrente per quello “sfarzo” tanto vituperato oggi. Ma com’è possibile che delle persone spesso già al limite dell’indigenza si levassero il pane di bocca per un arazzo di finissima fattura o un tabernacolo d’oro? Innanzitutto la convinzione che a Dio  convenga solo il “meglio”. E in secondo luogo, elemento da non passare sotto silenzio, quella sensazione oggi dolorosamente scomparsa (e in particolar modo in Italia) di costruire una bellezza comune, che appartiene a tutti. Uno spirito generoso, ben lungi da quella “chiusura mentale” che erroneamente i moderni sembrano voler affibbiare ad evi remoti etichettati come ripiegati in sé stessi.

Ecco dunque come la città di Dio sorge e si dipana attraverso i secoli: l’Apocalisse nel descriverla usa un’immagine significativa: essa ha “molte porte” (ma di unica matrice): in lei convivono pacificamente i grandi dotti e le vecchine ricche solo del loro buonsenso popolare, i fanciulli innocenti colti nell’affacciarsi alla vita e i penitenti o i convertiti nell’ultima ora, i missionari che solcano mille terre e gli eremiti segregati da strettissima clausura. Tutti egualmente rivestiti della veste nuziale, un unico splendore ma dai mille colori di pietre preziose diverse.[5]

Un film mi balena sempre in testa quando penso a questa –solo apparentemente severa –civiltà : Vacanze Romane, prodotto di un mondo che ancora riecheggiava simili concetti.[6]

Una trama semplice: la nobile principessa, sfinita dall’agenda fittissima di doveri che non lasciano spazio al suo “io” di esprimersi, ai suoi sogni personali, decide di prendersi una “vacanza” e godersi la vita come una ragazza qualunque. Nella sua testolina questo “strappo alla regola” dovrebbe durare un’oretta, due: il tempo di una danza in stile cenerentola e poi sarà di ritorno a palazzo. Ma l’ingenua non sa quanto sia vorticoso il turbine del mondo: la vacanza di un’ora la porterà a situazioni inimmaginabili e quell’unica ora si prolunga una notte e un giorno. Le sirene della libertà ammaliano irresistibilmente – e qui si inserisce ovviamente la love story, elemento emblematico, la tentazione per antonomasia dalla presa eccezionale sull’animo femminile –e portano la giovane sull’orlo dell’ “abisso”. Le si prospetta allora una scelta durissima: rinunciare a se stessa e all’amore o al suo ruolo istituzionale.

 



La principessa Anna saluta l’innamorato nella scena finale

 

Nella finzione cinematografica la società del “dovere” trionfa su quella del “piacere”: canto del cigno di un tempo ormai agonizzante e presto sopraffatto dalla mortifera propaganda delle false libertà, il cui denominatore comune è proprio la realizzazione personale in barba a qualsiasi limitazione, anche la più sacra.[7]

Questa civiltà, emanata dal vivo cuore pulsante che ne era il centro e l’ispiratrice –la Chiesa –ha ceduto il passo alla città di segno opposto. In questa nuova città la parola d’ordine è curiosamente proprio quella descritta da S. Agostino: “l’amore per se stessi”. E’ mezzo secolo che sentiamo bombardarci fino alla nausea di quest’unico, suadente ma fatale ritornello: “amati”, “tu vali”, “devi realizzarti” è un mio diritto”. Peccato che la mente dietro a questa “grande seduzione” abbia volutamente omesso la seconda parte. Un po’ come quando propose ai due progenitori solo il lato bello e piacevole” del peccato (“sarete come dei”) tralasciando le conseguenze (“sarete nudi” –dalla grazia). Oggi come allora, siamo tornati esattamente questo: nudi, miseri, coscienti del male che ci ha imbevuti ma incapaci di estrarne il veleno.

L’immagine più significativa di questo amore estremo, narcisistico di se stessi è il dilagare dell’ideologia omosessuale,[8] abortista e dell’anoressia. Ho parlato di “ideologia” prima e più ancora dell’attitudine esplicita, perché questi fenomeni sono senz’altro riscontrabili in qualsiasi epoca ma mai sono assurti a filosofia di vita, a modello positivo da seguire, probabilmente neppure nell’età dell’ “oro” durante il tardo impero romano. Nessun tempo come il nostro è pregno, saturo di queste ideologie il cui fil rouge consiste nel ripiegamento su se stessi, che obnubilano qualsiasi altro essere umano, in un’ossessiva considerazione e nel compiacimento del proprio ego. Niente come l’analisi di queste tre piaghe descrive con altrettanta efficacia i giorni che stiamo vivendo. Ogni forma di abominio ha diritto di cittadinanza in questa civiltà dell’io, e al contempo nessuna tutela anzi, la massima ferocia sono riservate al diritto naturale, al semplice buonsenso che chiama male il male e bene il bene.

 



La manifestazione parigina contro il matrimonio gay

 

È di questi giorni la notizia secondo cui l’Onu ha inserito nell’elenco delle torture l’opposizione all’aborto[9], in quanto negarlo infliggerebbe una “forma di tortura alla donna”. Faccio appello a tutte le mie facoltà mentali per capire come si possa arrivare a un simile grottesco e paradossale ribaltamento di frittata. Quindi la tortura non sarebbe uccidere una piccola vita nel grembo materno, nonostante si susseguano scoperte ed episodi in cui è stato dimostrato come il piccolo provi già dolore durante le pratiche bestiali per eliminarlo, in cui tenti addirittura, con le sue embrionali forze, di sfuggire all’aggressione scansando aghi e orpelli vari. No, la tortura è nel non voler compiere un gesto che fino a pochi anni fa qualsiasi Paese civile condannava come criminale. Solo il mistero d'iniquità in atto può dare spiegazione di un tale accecamento collettivo. Una società che perseguita prima ancora di venire al mondo, i propri frutti si condanna da sé, distrugge il proprio futuro e probabilmente visto l’andazzo, tanto di guadagnato.

Siamo allo stadio terminale se persino un Papa arriva a compiere la rinuncia all’ufficio divino, è la sconfitta dell’ultimo baluardo dell’istituzione, della collettività, della responsabilità verso gli altri. Nessuno, oggi, biasimerebbe una principessa che cede il trono per un uomo del popolo. Nessuno leva la voce contro una scelta personale, la sola che meriti il rispetto scodinzolante del mondo. Sì, nessuno, oggi, si sogna di ricordare quali disastri si possano innescare in nome della “libertà di coscienza”.

Una cultura del diritto personale a scapito dell’altrui va chiamata per quello che è: l’antitesi della società cristiana, l’antagonista diretta della città di Dio, città del suo nemico. Per nostra fortuna è destinata a sgretolarsi questa Babilonia ebbra solo di sé stessa. Possa quel giorno trovarci sentinelle ben deste a salutarne i primi bagliori.

 




[1] S. Aug., De civitate Dei, XIV, 28
[2] Dai Fioretti di S.Francesco cap. VIII “…Sopra tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere sè medesimo, e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie ed obbrobrii e disagi; imperocchè in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, perocchè non sono nostri, ma di Dio; onde dice l’Apostolo: Che hai tu, che tu non abbi da Dio? e se tu l’hai avuto da lui, perchè te ne glorii come se tu l’avessi da te? Ma nella croce della tribolazione e della afflizione ci possiamo gloriare, perocchè questo è nostro; e perciò dice l’Apostolo: Io non mi voglio gloriare, se non nella croce di nostro Signore Gesù Cristo.”
[3] Mt 16,24
[4] Mt 11,28
[5]Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l'ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l'undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.” ( Ap. 21,19-21)
[6] curioso notare come i due protagonisti –anglosassoni – vivano queste vicende a Roma, culla della civiltà latina che si contrappone da sempre idealmente nell’immaginario collettivo ai valori di privacy e individualismo anglosassoni, appunto.
 
[7] profanazione del talamo nuziale, divorzio, aborto in un crescendo drammatico.
[8] È in atto un tiro crescente alla legalizzazione dei matrimoni gay, nonostante le contro manifestazioni masicce di piazza –che, alla faccia della “democrazia”, vengono costantemente taciute o almeno sminuite, vedi il caso francese del 25 marzo scorso.  http://www.tempi.it/matrimoni-gay-popolo-francese-ha-parlato-un-milione-e-400-mila-in-piazza-per-manifestare-parigi-foto-video#.UWKv40FH6P8
 
[9] da “il Foglio” del 26 marzo: http://www.ilfoglio.it/soloqui/17491