mercoledì 22 maggio 2013

Le due città






Le due città

 




 

“…Due amori quindi hanno costruito due città: l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio ha costruito la città terrena, l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé la città celeste…” [1]

 

In principio c’era un solo spazio, quasi una coabitazione tra Dio e l’uomo. Pur avendo creato un luogo “fisico”, il paradiso terrestre, “conversava familiarmente con lui”, come si fa con un amico col quale si discorre e passeggia assieme. Col peccato originale, non a caso, assistiamo alla separazione anche dal luogo: la cacciata dall’Eden è solo l’aspetto materiale del già consumato allontanamento dell’uomo da Dio. L’intero creato allora fremette di orrore e “rigettò” lontano da sé chi commise quel gesto contro natura, quale solo la rivolta della creatura contro il Creatore rappresenta.Prima ancora, anche nella ribellione luciferina assistiamo allo stesso copione:  qui addirittura viene a formarsi un luogo ad hoc, separato da tutto il resto, tanto è radicale la negazione di Satana.

È nata la città fondata sull’amore disordinato e perverso di se fino al disprezzo di Dio: un disordine che preferisce regnare all’inferno piuttosto che servire nell’amore in Paradiso.

Nel mistero della Provvidenza divina però, già nella cacciata dal giardino, è promessa implicitamente la Gerusalemme Celeste dell’Apocalisse: allora non regnerà più l’ostilità e la divisione ma gli agnelli pascoleranno pacificamente con i leoni, in un’armonia universale restaurata.

La Chiesa, Gerusalemme terrena, è stata pensata come un’anticipazione e come porta d’accesso a quella eterna. Come fondare però, questa città di Dio, se i suoi abitanti erano così degenerati rispetto ai Progenitori perfetti e ricolmi di grazia? Il solo modo era quello di un Uomo e una Donna che facessero in modo perfettissimo, a ritroso, i passi di Adamo ed Eva. Ecco allora Gesù, Uomo-Dio che si sottomette ad una Donna: Eva sottomise Adamo per farlo cadere e peccare, per abbassarne la natura. Maria sottomise santamente Gesù, attirandolo dai Cieli fino al suo grembo purissimo con la preghiera e il desiderio del Salvatore. Lo ebbe sottomesso a sé per trent’anni, come un Figlio alla propria Madre, ma mentre in Eva la natura vinse sulla grazia, in Maria la grazia ebbe la meglio sulla natura.

Non è naturale, infatti, che una Madre veda morire il proprio Figlio, che debba arrivare a desiderarne la morte e a vedersi affidare quali figli, gli assassini dell’Unigenito. Si può dire che il martirio spirituale della Madre di Dio è quanto di più “innaturale” si possa immaginare, eppure la stessa, che amava infinitamente il proprio Figlio e il proprio Dio (quindi il proprio tutto), ha accettato una simile spada, pur di generare alla grazia i cristiani futuri, nelle doglie della croce. Come un nuovo Abramo, Ella accetta la voce di Dio Padre che le chiede la vita della propria Creatura. Questa spada che le dilania il cuore non è stornata dall’angelo, ma affonda implacabile persino oltre la morte. Adamo dopo la morte spirituale del peccato originale ne commise uno se possibile, ancora più grave: non cercò il perdono di Dio, non gli si gettò tra le braccia tese, che attendevano solo un cenno per riabbracciarlo. Il proprio peccato gli aveva annebbiato la vista, e quel Padre buono gli appariva solamente un giudice implacabile. Maria doveva riscattare quel gesto separandosi anche dalla spoglia mortale di Gesù. Perché per una madre che si vede morire il figlio, il solo estremo conforto che arriviamo ad immaginare è poterne stringere quanto resta, in una febbrile, disperata illusione di poterlo richiamare alla vita con le proprie lacrime. Colei che ha formato e modellato in sé quella carne, avverte, negli ultimi istanti, con forza questo mistero di unione e come descrivere a parole la vertigine di non poter morire col figlio né farlo rivivere con sé?

Un simile martirio è la prova suprema di amore eroico verso Dio, la vittoria della grazia, fino al disprezzo di sé, della propria natura carnale. Nessuna madre mortale potrebbe mai compiere un tale superamento, perché è letteralmente programmata per difendere a costo della propria vita, la prole.

Maria stritola sotto il piede non solo Satana, ma anche la natura decaduta della donna, la annienta al punto da renderla l’opposto, Lei scala benedetta per il Cielo. Lei è vera Nuova Eva, e come tale la pietà cristiana la rappresenta anche iconograficamente. Sotto il piede non viene disegnato un demonio o nessun altro simbolo che lo incarna, bensì un serpente, come il Tentatore, per sottolineare il suo trionfo come Madre secondo la Grazia su Eva, Madre secondo la Natura.

Non da meno –ovviamente –è l’identica azione restauratrice di Gesù. Si può ben dire che l’Altissimo si abbassò al nascondimento di una grotta, di un’umile casetta, per poi non aver dove posare il capo, Lui per mezzo del quale tutte le cose furono fatte, posare quel capo infine sul legno della croce e languire fino alla fine dei tempi in oscuri tabernacoli e nelle mani e nei cuori di tanti cristiani indegni. Come vinse la propria natura di Figlio che quasi istintivamente sogna di rendere orgogliosa e onorare la propria madre (e una tal Madre!), invece la consegnò alla contemplazione impotente del proprio supplizio. Grazie a Gesù e Maria è riaperta la porta di quella città celeste, purché siamo disposti ad imitare il loro sacrificio della natura –in noi corrotta –a favore della nuova veste della grazia. Solo chi indossa quest’abito infatti è ammesso e riconosciuto come legittimo cittadino della città di Dio. Una rinuncia del genere costa fatica, ripugna, così come è sgradevole cambiare abito e restare nudi al freddo appena prima di metterne un altro. Eppure l’esperienza dei santi[2] ci mostra come questo attimo di coraggio procuri una felicità misteriosa, che non dipende dagli eventi circostanti (e dunque caduca) e che il mondo non conosce né comprende: la letizia cristiana. Non si possono, difatti slegare questi due passi evangelici che sono complementari per comprendere quanto il “disprezzo” di sé comporti in ultima istanza: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.”[3]

La richiesta sembra molto esigente, eppure per chi vi aderisce è assicurato: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero.”[4]

L’uomo moderno, scosso il giogo dolce del cristianesimo, si è incatenato da sé credendosi libero. Anche in mezzo al potere, al denaro e a qualsiasi forma di gratificazione edonistica, non può sfuggire all’inquietudine, allo sconforto di non avere in sé la consolazione che animava invece i perseguitati a causa della fede in mezzo a privazioni e torture altrimenti impossibili da sopportare.

Questo vale a livello personale come sociale. Le epoche che hanno sacrificato qualcosa a livello individuale, sono quelle che hanno prodotto maggior bellezza e gloria durature. Le magnifiche chiese barocche o le maestose cattedrali gotiche sono il frutto di un collettivo sforzo. Spesso ci si toglieva il necessario pur di racimolare l’occorrente per quello “sfarzo” tanto vituperato oggi. Ma com’è possibile che delle persone spesso già al limite dell’indigenza si levassero il pane di bocca per un arazzo di finissima fattura o un tabernacolo d’oro? Innanzitutto la convinzione che a Dio  convenga solo il “meglio”. E in secondo luogo, elemento da non passare sotto silenzio, quella sensazione oggi dolorosamente scomparsa (e in particolar modo in Italia) di costruire una bellezza comune, che appartiene a tutti. Uno spirito generoso, ben lungi da quella “chiusura mentale” che erroneamente i moderni sembrano voler affibbiare ad evi remoti etichettati come ripiegati in sé stessi.

Ecco dunque come la città di Dio sorge e si dipana attraverso i secoli: l’Apocalisse nel descriverla usa un’immagine significativa: essa ha “molte porte” (ma di unica matrice): in lei convivono pacificamente i grandi dotti e le vecchine ricche solo del loro buonsenso popolare, i fanciulli innocenti colti nell’affacciarsi alla vita e i penitenti o i convertiti nell’ultima ora, i missionari che solcano mille terre e gli eremiti segregati da strettissima clausura. Tutti egualmente rivestiti della veste nuziale, un unico splendore ma dai mille colori di pietre preziose diverse.[5]

Un film mi balena sempre in testa quando penso a questa –solo apparentemente severa –civiltà : Vacanze Romane, prodotto di un mondo che ancora riecheggiava simili concetti.[6]

Una trama semplice: la nobile principessa, sfinita dall’agenda fittissima di doveri che non lasciano spazio al suo “io” di esprimersi, ai suoi sogni personali, decide di prendersi una “vacanza” e godersi la vita come una ragazza qualunque. Nella sua testolina questo “strappo alla regola” dovrebbe durare un’oretta, due: il tempo di una danza in stile cenerentola e poi sarà di ritorno a palazzo. Ma l’ingenua non sa quanto sia vorticoso il turbine del mondo: la vacanza di un’ora la porterà a situazioni inimmaginabili e quell’unica ora si prolunga una notte e un giorno. Le sirene della libertà ammaliano irresistibilmente – e qui si inserisce ovviamente la love story, elemento emblematico, la tentazione per antonomasia dalla presa eccezionale sull’animo femminile –e portano la giovane sull’orlo dell’ “abisso”. Le si prospetta allora una scelta durissima: rinunciare a se stessa e all’amore o al suo ruolo istituzionale.

 



La principessa Anna saluta l’innamorato nella scena finale

 

Nella finzione cinematografica la società del “dovere” trionfa su quella del “piacere”: canto del cigno di un tempo ormai agonizzante e presto sopraffatto dalla mortifera propaganda delle false libertà, il cui denominatore comune è proprio la realizzazione personale in barba a qualsiasi limitazione, anche la più sacra.[7]

Questa civiltà, emanata dal vivo cuore pulsante che ne era il centro e l’ispiratrice –la Chiesa –ha ceduto il passo alla città di segno opposto. In questa nuova città la parola d’ordine è curiosamente proprio quella descritta da S. Agostino: “l’amore per se stessi”. E’ mezzo secolo che sentiamo bombardarci fino alla nausea di quest’unico, suadente ma fatale ritornello: “amati”, “tu vali”, “devi realizzarti” è un mio diritto”. Peccato che la mente dietro a questa “grande seduzione” abbia volutamente omesso la seconda parte. Un po’ come quando propose ai due progenitori solo il lato bello e piacevole” del peccato (“sarete come dei”) tralasciando le conseguenze (“sarete nudi” –dalla grazia). Oggi come allora, siamo tornati esattamente questo: nudi, miseri, coscienti del male che ci ha imbevuti ma incapaci di estrarne il veleno.

L’immagine più significativa di questo amore estremo, narcisistico di se stessi è il dilagare dell’ideologia omosessuale,[8] abortista e dell’anoressia. Ho parlato di “ideologia” prima e più ancora dell’attitudine esplicita, perché questi fenomeni sono senz’altro riscontrabili in qualsiasi epoca ma mai sono assurti a filosofia di vita, a modello positivo da seguire, probabilmente neppure nell’età dell’ “oro” durante il tardo impero romano. Nessun tempo come il nostro è pregno, saturo di queste ideologie il cui fil rouge consiste nel ripiegamento su se stessi, che obnubilano qualsiasi altro essere umano, in un’ossessiva considerazione e nel compiacimento del proprio ego. Niente come l’analisi di queste tre piaghe descrive con altrettanta efficacia i giorni che stiamo vivendo. Ogni forma di abominio ha diritto di cittadinanza in questa civiltà dell’io, e al contempo nessuna tutela anzi, la massima ferocia sono riservate al diritto naturale, al semplice buonsenso che chiama male il male e bene il bene.

 



La manifestazione parigina contro il matrimonio gay

 

È di questi giorni la notizia secondo cui l’Onu ha inserito nell’elenco delle torture l’opposizione all’aborto[9], in quanto negarlo infliggerebbe una “forma di tortura alla donna”. Faccio appello a tutte le mie facoltà mentali per capire come si possa arrivare a un simile grottesco e paradossale ribaltamento di frittata. Quindi la tortura non sarebbe uccidere una piccola vita nel grembo materno, nonostante si susseguano scoperte ed episodi in cui è stato dimostrato come il piccolo provi già dolore durante le pratiche bestiali per eliminarlo, in cui tenti addirittura, con le sue embrionali forze, di sfuggire all’aggressione scansando aghi e orpelli vari. No, la tortura è nel non voler compiere un gesto che fino a pochi anni fa qualsiasi Paese civile condannava come criminale. Solo il mistero d'iniquità in atto può dare spiegazione di un tale accecamento collettivo. Una società che perseguita prima ancora di venire al mondo, i propri frutti si condanna da sé, distrugge il proprio futuro e probabilmente visto l’andazzo, tanto di guadagnato.

Siamo allo stadio terminale se persino un Papa arriva a compiere la rinuncia all’ufficio divino, è la sconfitta dell’ultimo baluardo dell’istituzione, della collettività, della responsabilità verso gli altri. Nessuno, oggi, biasimerebbe una principessa che cede il trono per un uomo del popolo. Nessuno leva la voce contro una scelta personale, la sola che meriti il rispetto scodinzolante del mondo. Sì, nessuno, oggi, si sogna di ricordare quali disastri si possano innescare in nome della “libertà di coscienza”.

Una cultura del diritto personale a scapito dell’altrui va chiamata per quello che è: l’antitesi della società cristiana, l’antagonista diretta della città di Dio, città del suo nemico. Per nostra fortuna è destinata a sgretolarsi questa Babilonia ebbra solo di sé stessa. Possa quel giorno trovarci sentinelle ben deste a salutarne i primi bagliori.

 




[1] S. Aug., De civitate Dei, XIV, 28
[2] Dai Fioretti di S.Francesco cap. VIII “…Sopra tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere sè medesimo, e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie ed obbrobrii e disagi; imperocchè in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, perocchè non sono nostri, ma di Dio; onde dice l’Apostolo: Che hai tu, che tu non abbi da Dio? e se tu l’hai avuto da lui, perchè te ne glorii come se tu l’avessi da te? Ma nella croce della tribolazione e della afflizione ci possiamo gloriare, perocchè questo è nostro; e perciò dice l’Apostolo: Io non mi voglio gloriare, se non nella croce di nostro Signore Gesù Cristo.”
[3] Mt 16,24
[4] Mt 11,28
[5]Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l'ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l'undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.” ( Ap. 21,19-21)
[6] curioso notare come i due protagonisti –anglosassoni – vivano queste vicende a Roma, culla della civiltà latina che si contrappone da sempre idealmente nell’immaginario collettivo ai valori di privacy e individualismo anglosassoni, appunto.
 
[7] profanazione del talamo nuziale, divorzio, aborto in un crescendo drammatico.
[8] È in atto un tiro crescente alla legalizzazione dei matrimoni gay, nonostante le contro manifestazioni masicce di piazza –che, alla faccia della “democrazia”, vengono costantemente taciute o almeno sminuite, vedi il caso francese del 25 marzo scorso.  http://www.tempi.it/matrimoni-gay-popolo-francese-ha-parlato-un-milione-e-400-mila-in-piazza-per-manifestare-parigi-foto-video#.UWKv40FH6P8
 
[9] da “il Foglio” del 26 marzo: http://www.ilfoglio.it/soloqui/17491

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