Le due città
“…Due amori quindi hanno costruito due
città: l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio ha costruito la città
terrena, l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé la città celeste…” [1]
In principio c’era un
solo spazio, quasi una coabitazione tra Dio e l’uomo. Pur avendo creato un
luogo “fisico”, il paradiso terrestre, “conversava familiarmente con lui”, come
si fa con un amico col quale si discorre e passeggia assieme. Col peccato
originale, non a caso, assistiamo alla separazione anche dal luogo: la cacciata
dall’Eden è solo l’aspetto materiale del già consumato allontanamento dell’uomo
da Dio. L’intero creato allora fremette di orrore e “rigettò” lontano da sé chi
commise quel gesto contro natura, quale solo la rivolta della creatura contro
il Creatore rappresenta.Prima ancora, anche nella ribellione luciferina
assistiamo allo stesso copione: qui
addirittura viene a formarsi un luogo ad hoc, separato da tutto il resto, tanto
è radicale la negazione di Satana.
È nata la città fondata
sull’amore disordinato e perverso di se fino al disprezzo di Dio: un disordine
che preferisce regnare all’inferno piuttosto che servire nell’amore in
Paradiso.
Nel mistero della
Provvidenza divina però, già nella cacciata dal giardino, è promessa implicitamente
la Gerusalemme Celeste dell’Apocalisse: allora non regnerà più l’ostilità e la
divisione ma gli agnelli pascoleranno pacificamente con i leoni, in un’armonia
universale restaurata.
La Chiesa, Gerusalemme
terrena, è stata pensata come un’anticipazione e come porta d’accesso a quella
eterna. Come fondare però, questa città di Dio, se i suoi abitanti erano così
degenerati rispetto ai Progenitori perfetti e ricolmi di grazia? Il solo modo
era quello di un Uomo e una Donna che facessero in modo perfettissimo, a ritroso,
i passi di Adamo ed Eva. Ecco allora Gesù, Uomo-Dio che si sottomette ad una
Donna: Eva sottomise Adamo per farlo cadere e peccare, per abbassarne la
natura. Maria sottomise santamente Gesù, attirandolo dai Cieli fino al suo
grembo purissimo con la preghiera e il desiderio del Salvatore. Lo ebbe
sottomesso a sé per trent’anni, come un Figlio alla propria Madre, ma mentre in Eva la natura vinse sulla grazia, in
Maria la grazia ebbe la meglio sulla natura.
Non è naturale,
infatti, che una Madre veda morire il proprio Figlio, che debba arrivare a
desiderarne la morte e a vedersi affidare quali figli, gli assassini
dell’Unigenito. Si può dire che il martirio spirituale della Madre di Dio è
quanto di più “innaturale” si possa immaginare, eppure la stessa, che amava
infinitamente il proprio Figlio e il proprio Dio (quindi il proprio tutto), ha
accettato una simile spada, pur di generare alla grazia i cristiani futuri,
nelle doglie della croce. Come un nuovo Abramo, Ella accetta la voce di Dio
Padre che le chiede la vita della propria Creatura. Questa spada che le dilania
il cuore non è stornata dall’angelo, ma affonda implacabile persino oltre la
morte. Adamo dopo la morte spirituale del peccato originale ne commise uno se
possibile, ancora più grave: non cercò il perdono di Dio, non gli si gettò tra
le braccia tese, che attendevano solo un cenno per riabbracciarlo. Il proprio
peccato gli aveva annebbiato la vista, e quel Padre buono gli appariva
solamente un giudice implacabile. Maria doveva riscattare quel gesto
separandosi anche dalla spoglia mortale di Gesù. Perché per una madre che si
vede morire il figlio, il solo estremo conforto che arriviamo ad immaginare è
poterne stringere quanto resta, in una febbrile, disperata illusione di poterlo
richiamare alla vita con le proprie lacrime. Colei che ha formato e modellato
in sé quella carne, avverte, negli ultimi istanti, con forza questo mistero di
unione e come descrivere a parole la vertigine di non poter morire col figlio
né farlo rivivere con sé?
Un simile martirio è la
prova suprema di amore eroico verso Dio, la vittoria della grazia, fino al
disprezzo di sé, della propria natura carnale. Nessuna madre mortale potrebbe
mai compiere un tale superamento, perché è letteralmente programmata per
difendere a costo della propria vita, la prole.
Maria stritola sotto il
piede non solo Satana, ma anche la natura decaduta della donna, la annienta al
punto da renderla l’opposto, Lei scala benedetta per il Cielo. Lei è vera Nuova
Eva, e come tale la pietà cristiana la rappresenta anche iconograficamente.
Sotto il piede non viene disegnato un demonio o nessun altro simbolo che lo
incarna, bensì un serpente, come il Tentatore, per sottolineare il suo trionfo
come Madre secondo la Grazia su Eva, Madre secondo la Natura.
Non da meno –ovviamente
–è l’identica azione restauratrice di Gesù. Si può ben dire che l’Altissimo si
abbassò al nascondimento di una grotta, di un’umile casetta, per poi non aver
dove posare il capo, Lui per mezzo del quale tutte le cose furono fatte, posare
quel capo infine sul legno della croce e languire fino alla fine dei tempi in
oscuri tabernacoli e nelle mani e nei cuori di tanti cristiani indegni. Come
vinse la propria natura di Figlio che quasi istintivamente sogna di rendere
orgogliosa e onorare la propria madre (e una tal Madre!), invece la consegnò
alla contemplazione impotente del proprio supplizio. Grazie a Gesù e Maria è
riaperta la porta di quella città celeste, purché siamo disposti ad imitare il
loro sacrificio della natura –in noi corrotta –a favore della nuova veste della
grazia. Solo chi indossa quest’abito infatti è ammesso e riconosciuto come
legittimo cittadino della città di Dio. Una rinuncia del genere costa fatica,
ripugna, così come è sgradevole cambiare abito e restare nudi al freddo appena
prima di metterne un altro. Eppure l’esperienza dei santi[2] ci mostra come questo attimo di
coraggio procuri una felicità misteriosa, che non dipende dagli eventi
circostanti (e dunque caduca) e che il mondo non conosce né comprende: la
letizia cristiana. Non si possono, difatti slegare questi due passi evangelici
che sono complementari per comprendere quanto il “disprezzo” di sé comporti in
ultima istanza: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi
vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per
causa mia, la troverà.”[3]
La richiesta sembra
molto esigente, eppure per chi vi aderisce è assicurato: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati
e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e
imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio
carico leggero.”[4]
L’uomo
moderno, scosso il giogo dolce del cristianesimo, si è incatenato da sé
credendosi libero. Anche in mezzo al potere, al denaro e a qualsiasi forma di
gratificazione edonistica, non può sfuggire all’inquietudine, allo sconforto di
non avere in sé la consolazione che animava invece i perseguitati a causa della
fede in mezzo a privazioni e torture altrimenti impossibili da sopportare.
Questo vale a livello
personale come sociale. Le epoche che hanno sacrificato qualcosa a livello
individuale, sono quelle che hanno prodotto maggior bellezza e gloria durature.
Le magnifiche chiese barocche o le maestose cattedrali gotiche sono il frutto
di un collettivo sforzo. Spesso ci si toglieva il necessario pur di racimolare
l’occorrente per quello “sfarzo” tanto vituperato oggi. Ma com’è possibile che
delle persone spesso già al limite dell’indigenza si levassero il pane di bocca
per un arazzo di finissima fattura o un tabernacolo d’oro? Innanzitutto la
convinzione che a Dio convenga solo il
“meglio”. E in secondo luogo, elemento da non passare sotto silenzio, quella
sensazione oggi dolorosamente scomparsa (e in particolar modo in Italia) di
costruire una bellezza comune, che appartiene a tutti. Uno spirito generoso,
ben lungi da quella “chiusura mentale” che erroneamente i moderni sembrano
voler affibbiare ad evi remoti etichettati come ripiegati in sé stessi.
Ecco dunque come la
città di Dio sorge e si dipana attraverso i secoli: l’Apocalisse nel
descriverla usa un’immagine significativa: essa ha “molte porte” (ma di unica
matrice): in lei convivono pacificamente i grandi dotti e le vecchine ricche
solo del loro buonsenso popolare, i fanciulli innocenti colti nell’affacciarsi
alla vita e i penitenti o i convertiti nell’ultima ora, i missionari che
solcano mille terre e gli eremiti segregati da strettissima clausura. Tutti
egualmente rivestiti della veste nuziale, un unico splendore ma dai mille
colori di pietre preziose diverse.[5]
Un film mi balena
sempre in testa quando penso a questa –solo apparentemente severa –civiltà :
Vacanze Romane, prodotto di un mondo che ancora riecheggiava simili concetti.[6]
Una trama semplice: la
nobile principessa, sfinita dall’agenda fittissima di doveri che non lasciano
spazio al suo “io” di esprimersi, ai suoi sogni personali, decide di prendersi
una “vacanza” e godersi la vita come una ragazza qualunque. Nella sua testolina
questo “strappo alla regola” dovrebbe durare un’oretta, due: il tempo di una
danza in stile cenerentola e poi sarà di ritorno a palazzo. Ma l’ingenua non sa
quanto sia vorticoso il turbine del mondo: la vacanza di un’ora la porterà a
situazioni inimmaginabili e quell’unica ora si prolunga una notte e un giorno.
Le sirene della libertà ammaliano irresistibilmente – e qui si inserisce
ovviamente la love story, elemento emblematico, la tentazione per antonomasia
dalla presa eccezionale sull’animo femminile –e portano la giovane sull’orlo
dell’ “abisso”. Le si prospetta allora una scelta durissima: rinunciare a se
stessa e all’amore o al suo ruolo istituzionale.
La principessa Anna
saluta l’innamorato nella scena finale
Nella finzione
cinematografica la società del “dovere” trionfa su quella del “piacere”: canto
del cigno di un tempo ormai agonizzante e presto sopraffatto dalla mortifera
propaganda delle false libertà, il cui denominatore comune è proprio la
realizzazione personale in barba a qualsiasi limitazione, anche la più sacra.[7]
Questa civiltà, emanata
dal vivo cuore pulsante che ne era il centro e l’ispiratrice –la Chiesa –ha
ceduto il passo alla città di segno opposto. In questa nuova città la parola
d’ordine è curiosamente proprio quella descritta da S. Agostino: “l’amore per
se stessi”. E’ mezzo secolo che sentiamo bombardarci fino alla nausea di
quest’unico, suadente ma fatale ritornello: “amati”, “tu vali”, “devi
realizzarti” è un mio diritto”.
Peccato che la mente dietro a questa “grande seduzione” abbia volutamente
omesso la seconda parte. Un po’ come quando propose ai due progenitori solo il
lato bello e piacevole” del peccato (“sarete come dei”) tralasciando le
conseguenze (“sarete nudi” –dalla grazia). Oggi come allora, siamo tornati
esattamente questo: nudi, miseri, coscienti del male che ci ha imbevuti ma
incapaci di estrarne il veleno.
L’immagine più
significativa di questo amore estremo, narcisistico di se stessi è il dilagare dell’ideologia
omosessuale,[8]
abortista e dell’anoressia. Ho parlato di “ideologia” prima e più ancora
dell’attitudine esplicita, perché questi fenomeni sono senz’altro riscontrabili
in qualsiasi epoca ma mai sono assurti a filosofia di vita, a modello positivo
da seguire, probabilmente neppure nell’età dell’ “oro” durante il tardo impero
romano. Nessun tempo come il nostro è pregno, saturo di queste ideologie il cui
fil rouge consiste nel ripiegamento
su se stessi, che obnubilano qualsiasi altro essere umano, in un’ossessiva
considerazione e nel compiacimento del proprio ego. Niente come l’analisi di
queste tre piaghe descrive con altrettanta efficacia i giorni che stiamo
vivendo. Ogni forma di abominio ha diritto di cittadinanza in questa civiltà
dell’io, e al contempo nessuna tutela anzi, la massima ferocia sono riservate
al diritto naturale, al semplice buonsenso che chiama male il male e bene il
bene.
La manifestazione
parigina contro il matrimonio gay
È di questi giorni la
notizia secondo cui l’Onu ha inserito nell’elenco delle torture l’opposizione
all’aborto[9], in
quanto negarlo infliggerebbe una “forma di tortura alla donna”. Faccio appello
a tutte le mie facoltà mentali per capire come si possa arrivare a un simile
grottesco e paradossale ribaltamento di frittata. Quindi la tortura non sarebbe
uccidere una piccola vita nel grembo materno, nonostante si susseguano scoperte
ed episodi in cui è stato dimostrato come il piccolo provi già dolore durante
le pratiche bestiali per eliminarlo, in cui tenti addirittura, con le sue embrionali
forze, di sfuggire all’aggressione scansando aghi e orpelli vari. No, la
tortura è nel non voler compiere un gesto che fino a pochi anni fa qualsiasi
Paese civile condannava come criminale. Solo il mistero d'iniquità in atto può
dare spiegazione di un tale accecamento collettivo. Una società che perseguita
prima ancora di venire al mondo, i propri frutti si condanna da sé, distrugge
il proprio futuro e probabilmente visto l’andazzo, tanto di guadagnato.
Siamo allo stadio
terminale se persino un Papa arriva a compiere la rinuncia all’ufficio divino,
è la sconfitta dell’ultimo baluardo dell’istituzione, della collettività, della
responsabilità verso gli altri. Nessuno, oggi, biasimerebbe una principessa che
cede il trono per un uomo del popolo. Nessuno leva la voce contro una scelta
personale, la sola che meriti il rispetto scodinzolante del mondo. Sì, nessuno,
oggi, si sogna di ricordare quali disastri si possano innescare in nome della
“libertà di coscienza”.
Una cultura del diritto
personale a scapito dell’altrui va chiamata per quello che è: l’antitesi della
società cristiana, l’antagonista diretta della città di Dio, città del suo
nemico. Per nostra fortuna è destinata a sgretolarsi questa Babilonia ebbra
solo di sé stessa. Possa quel giorno trovarci sentinelle ben deste a salutarne
i primi bagliori.
[1]
S. Aug., De
civitate Dei, XIV, 28
[2] Dai Fioretti di S.Francesco cap. VIII
“…Sopra
tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli
amici suoi, si è di vincere sè medesimo,
e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie ed obbrobrii e
disagi; imperocchè in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare,
perocchè non sono nostri, ma di Dio; onde dice l’Apostolo: Che hai tu, che tu
non abbi da Dio? e se tu l’hai avuto da lui, perchè te ne glorii come se tu
l’avessi da te? Ma nella croce della tribolazione e della afflizione ci
possiamo gloriare, perocchè questo è nostro; e perciò dice l’Apostolo: Io non
mi voglio gloriare, se non nella croce di nostro Signore Gesù Cristo.”
[3]
Mt 16,24
[4] Mt 11,28
[5]“ Le fondamenta delle mura della
città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di
diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo,
il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito,
l'ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l'undecimo di
giacinto, il dodicesimo di ametista. E le dodici porte sono dodici perle;
ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro
puro, come cristallo trasparente.”
( Ap. 21,19-21)
[6]
curioso notare come i due
protagonisti –anglosassoni – vivano queste vicende a Roma, culla della civiltà
latina che si contrappone da sempre idealmente nell’immaginario collettivo ai
valori di privacy e individualismo anglosassoni, appunto.
[7]
profanazione del talamo
nuziale, divorzio, aborto in un crescendo drammatico.
[8]
È in atto un tiro crescente
alla legalizzazione dei matrimoni gay, nonostante le contro manifestazioni
masicce di piazza –che, alla faccia della “democrazia”, vengono costantemente
taciute o almeno sminuite, vedi il caso francese del 25 marzo scorso. http://www.tempi.it/matrimoni-gay-popolo-francese-ha-parlato-un-milione-e-400-mila-in-piazza-per-manifestare-parigi-foto-video#.UWKv40FH6P8



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